corollario a "Berlusconiana"





Corollario da aperitivo



E' interessante prendere la vicenda di Alitalia ad esempio per spiegare la logica di comunicazione nell'era Berlusconiana.


Al
di la delle ovvie ma doverose premesse, riassumibili col motto (mi pare
dello stesso Silvio, tra l'altro) "chi è senza peccato scagli la prima
pietra", in cui risulta quasi banale dire della vicenda Alitalia,
forse in questi giorni alla conclusione, che di certo hanno origini e
colpe quasi primordiali le quali ricadono quasi sul cittadino-elettore
come figura astratta, figuriamoci sugli attori di questa buffa farsa,
la domanda più sensata che credo ci si possa fare è " che è successo?",
corretta blandamente da un "che sta succedendo?"


L'asino è già cascato: chi cazzo lo sa per certo, direbbe un rockabilly. Ne ha ben donde (se si scrive così).


Non si sa
per certo, di sicuro cosa
è successo. Prendiamoci a cuore questa faccenda; decidiamo di
ricostruire la cronologia degli eventi, cerchiamo il "copione" di
questo dramma in mille atti,
ricostruiamolo
andando a ritroso o semplicemente usando i nostri sensi; per capire un
Giulietta e Romeo, un Così è (se vi pare), un Gola Profonda, alla fine
della fiera basta aprire occhi e orecchie. Non succederà mai che
Giulietta si scopra lesbica, o faccia dello scambio di coppie con [] .
Se così fosse sarebbe una variazione all'originale, e verrebbe
doverosamente (purtroppo) segnalato. Tutti noi che siamo oramai adulti
e depravati sappiamo le verità della vita oltre le ipocrisie del
benpensare: nessuno si illude più che il lupo sia il carnefice e
cappuccetto rosso la vittima; nessuno si è preso briga di andar ad
intervistare quel povero canide nell'esilio in cui i cacciatori lo
hanno costretto. Quei
gelosi.
La verità la sappiamo da una pietosa lettera misconosciuta dalla nonna
(inutile tentativo di riabilitazione del lupo), la quale chiamava
amabilmente sua nipote
quella ninfomane ,
che il cestino lo portava ogni tanto quel povero animale per bontà
d'animo, mentre Lucrezia, perchè così soavemente si chiamava in realtà
la
bambina, portava le cosciette svelte, un pube immancabilente rasato ed una bocca insaziabile.


E'
agli atti dei processi susseguitesi che nelle ultime ore prima della
caduta della frana al Vajont lo svaso venne regolato non sull' ejezione
massima possibile ma su quella massima sostenibile dalle turbine. In
queste situazioni Pasolini ci prende per mano (quindi attenti dietro)
confessandoci all'orecchio
io so, ultimamente in maniera così costante da far sorgere agli altri dubbi sulla nostra sessualità.


Sono
quindici anni che il sultano di Arcore si staglia nei nostri cieli,
indelebile come la scritta fantozziana, romanamente eretto, millantando
meraviglie sotto il paltò. Con l'ultima tornata elettorale siamo
arrivati al punto assurdo in cui Silvio ha creduto doveroso disvelare
il mondo meravioglioso al dilà delle sue vesti; ci samo trovati quindi
con un re nudo, di genitali pietosamente minuscoli che va
spacconeggiando delle sue leggendarie doti sessuali. La cosa
magnificamente comica è che al
capezzale di cotanta "potenza" si agitano schiere di veline e fedeli i quali, come dice il motto sulle ragazze di Pistoia "fanno a gara a chi lo ingoia", con contorno di complimenti a profusione, lusinghe e finte slogature mandibolari.


Non sappiamo cosa è veramente successo. Sappiamo solo a grandi linee i fatti principali. Chi ha il merito di aver riaperto il tavolo delle trattative?


Nel panorama informativo Berlusconiano siamo forse arrivati oltre il
fall-out
nucleare, dopo il quale non rimango che macerie informi ed un vago
ricordo del loro aspetto originario, ma non di meno capaci di infettare
chi le avvicina.


Siamo passati da un abile gioco mediatico, condito con qualche reatuccio
passabile
tipo turbtiva d'asta, in cui il cavaliere ha pro domo sua ( e con
fondamentali aiuti di mirabili politici come Mastella ) mandato
all'aria le trattative con Air France in previsione elettorale, al
plauso per il "patriottismo" dimostrato con tale furberia. A breve giro
di posta una
sporca dozzina di imprenditori italiani con a capo lo specchiato Colaninno, ovvero un insieme di furbetti dalle tasche piene di pagherò è diventata una cordata industriale e, dulcis in fundo,
un contratto che fa rima con ricatto è stato imposto alle sigle
sindacali: a questo punto il corpus compatto della dialettica
comunicativa che ha imperversato per oltre un lustro mostra la prima
crepa, in concomitanza con una prova di realtà
pura come una contrattazione sindacale.


Tale
pratica umana si deve de facto svolgere nelle migliori condizioni
psicologiche possibili, e chi nel braccio di ferro valuta di avere i
muscoli meno prestanti, deve giocoforza utilizzare tutti i trucchi che
l'estro personale gli dona. A tale proposito è illuminante come il
premier abbia inteso aprire il tavolo di confronto. "se salterà tutto
sarà colpa dei soliti sindacati politicizzati". Viene all'intelletto
subito che un esternazione a piena emitezza in un momento così delicato
non è frutto di
dementia,
quanto del bisogno irreprimibile di alimentare un infinito clima da
campagna elettorale, in cui, alla maniera del cannibale Mercx, non
basta vincere il tour, il giro e la vuelta, ma è
prioritario vincere anche OGNI tappa. A costo di doppare
la propria squadra e cambiare a proprio vantaggio le regole della
competizione. Che poi la competizione perda prestigio e decada a
divertissement del più forte è ragionamento da non palesare nemmeno.


Peccato
che se il panorama politico è stato il primo ad essere mutato dalle
radiazioni delle "atomiche" manipulite e Berlusconi, divenendo qualcosa
su cui è totalmente inutile soffermarsi, specialmente a sinistra,
d'altro lato tali deflagrazioni hanno annientato gli equilibri
dell'informazione, trasformando il complesso ma equo gioco al controllo
(tutto sponde e rinterzi) tra poteri ed informazione in un patetico
servizio di posta come nel film di Kevin Costner, in cui i postini
possono anche essere un milione, ma non sanno mai veramente dove
andare, ne hanno la possibilità di arrivare in tempo, figurarsi se
hanno idea di cosa portano.


Spenta la tv, per ovvi motivi già
vagliati, e aprendo una Republica, poi un Corriere poi qualunque altro
giornale, si ha come la sensazione che raccontino quasi sempre,
soprattutto sotto il peso di eventi importanti, almeno tre Italie
differenti: quella di Silvio ( a volte di destra), quella di sinistra
e quella che se ne frega.


L'approdo della trattattiva su
Alitalia è la massima dimostrazione di contaminazione politico
mediatica, in cui un imbelle, ma meglio sarebe dire imbecille Veltroni
prova a tirare l'acqua al suo mulino sughettando con una cannuccia dal
mare dell'informazione, appena in tempo per finire cannibalizzato dalla
solita trappola messa li per stanare un leader
dappoco e portare consensi verso Arcore grazie ad una vicenda nebbiosa come una palude di notte.


In
tutte queste macerie però, non bisogna dimenticare che gli italiani,
come sorci ineliminabili, vivono ed anzi hanno trovato già il modo per
proliferare: a tal proposito i mille sondaggi che silvio ordina
mensilmente rivelano il suo gradimento al 73%, ovvero che l'italiano
è soddisfatto del premier che ha. Interessante sarebbe chiedersi, convenuto che l'Italia è Silvio, se Sivio è l'Italia. Se ce ne fregasse qualcosa...


Berlusconiana

SE Berlusconi= televisione E Berlusconi=italia => L'italia è una Repubblica televisiva. Silvio si affaccia sul mondo della politica in un momento, "manipulite", in cui un coacervo disomogeneo di sentimenti attraversano l'italiano medio: si passava in un lampo da confusione, rancore, sconcerto a rabbia e forse gioia (in molti si ricorderanno le monetine contro Craxi). Genialmente il Cavaliere sfrutta quest'onda di cambiamento messa in moto dai tanto vituperati (dopo) giudici di Milano, per impadronirsi degli spazi vuoti che si erano giocoforza creati. A ben vedere una manna del cielo che permetteva a Silvio di entrare in politica con un insperata piena legittimazione data "sulla fiducia", conquistata, tramite il cortocircuito logico della disperazione (degli elettori), del "tanto peggio, tanto meglio", grazie a meriti extra-politici, che, colmo di fortuna, in quel periodo al mercato-Italia venivano cambiati al doppio, quasi al triplo di quelli politici. Ecco quindi che la figura dell'"homo novus", dell'"imprenditore "che si è fatto da solo", del magnate che suo malgrado deve abbandonare, rimettendoci, i suoi affari per amor patrio, acquisisce un assegno "in bianco" da parte degli elettori. Silvio era quindi nella situazione fortunatissima di politico "per dovere" che cavalca il destriero mai sopito dalle nostre parti dell' antipolitica, con i mezzi mediatici appropriati per riscrivere pro domo sua le regole comunicative della campagna elettorale alle porte della stessa, e senza chiedere permesso all'unico concorrente rimastogli, ovvero l'unico partito della vecchia guardia ancora rimasta in piedi, il PDS. E' come se, disposte le pedine sullo scacchiere, lo sfidante del campione decidesse di colpo di cambiare e di sua sponte disponesse dalla sua parte dei puffi. Un azzardo, a ben pensare: un pubblico smaliziato da anni di roventi battaglie scacchistiche, arbitri compresi, si sarebbero potuti fare delle grasse risate di quel buffo ometto che a 60 anni suonati ancora faceva la collezione degli esserini blu... e magari avrebbero potuto chiedergli un curriculum, per vedere se avesse avuto la statura per ambire al ruolo di Presidente del Consiglio. Solo che in quei tempi l'ultimo campione era scappato con le pedine e qualche altro suppellettile, quindi dalla sua parte si sedeva l'ultimo scacchista onesto rimasto, tale Achille Occhetto, di cui si sapevano i pregi ma anche che alla fin fine non aveva mai avuto scores brillanti, tanto da non accorgersi in questo caso che il suo sfidante gli aveva tirato, tra un puffo inventore ed una puffetta, un tranello subdolo ma efficace...diabolico. Il pubblico infatti, stordito da furti fughe ed arresti, non si era accorge che la scacchiera non è stata rubata, perchè alla fin fine le regole ed il campo di battaglia le decidono gli elettori; non accorgendosene, però, e sentendosi defraudato, accoglie altresì il munifico soccorso del Cavaliere, il quale prontamente fornisce una bella scacchiera nuova fiammante: bellissima si, ma a ben vedere, non del tutto identica alla precedente... Fuor di metafora (anche se i puffi mi piacciono), nel vuoto di significato generato da manipulite immediatamente prima delle elezioni del 1994, Silvio, grazie ai suoi potenti mezzi di editore inietta i suoi valori nel tessuto "connettivo" dell'informazione: un coacervo non troppo omogeneo (ma nel campo della persuasione si tratta di sottigliezze) composto da famiglia, patria, religione, ottimismo, lavoro ... e chi più ne ha più ne puffi. Ovviamente per chiudere il cerchio bisognava oltre alla carota, far sentire pure il bastone. A tal proposito Berlusconi estrae un coniglio formidabile dal cilindro: il comunismo. Occhetto si sarebbe dovuto accorgere di qualcosa nel vedere la sua parte della scacchiera bianca e rossa, ma la cronaca di quei giorni è anche la cronaca di una miopia che rasenta la cecità, di una vittoria certa del PDS che tra sottovalutazioni ed eccessi di sicurezza si trasforma in una inspiegabile debacle. Silvio aveva semplicemente e neppure troppo implicitamente dato un "aut aut": dopo di me la tempesta. Comunista. Semplicemente egli aveva fatto scivolare sotto le nuche degli italiani la sua versione della storia patria, in cui la colpa di tutto era del comunismo e dei comunisti. Detto, questo "tutto", sia chiaro, tra i denti, velocemente, proprio come farebbe una massaia che dice la sua sbrigandosi, tra un lavoro ed un altro, perchè non ha tempo da perdere in chiacchiere. Nel "nuovo" modo di comunicare inaugurato in Italia dal Cavaliere un giudizio pesantissimo era tirato li senza troppi soppesamenti "data la gravita del momento", seguito un attimo dopo da un sorriso ed una battuta; vitalità ed ottimismo, energia e nerbo corroborati da una ghigna sempre con l'espressione del "fidatevi di me, so quel che faccio" concimavano il campo del consenso. La situazione era talmente sottosopra che le pubbliche dichiarazioni di voto in diretta tv elargite a più riprese dai VIP che a vario titolo lavoravano in Mediaset ( emblematiche quelle della Mondaini e di Vianello), lungi dall'apparire una umiliante mobbing (chi si rifiutava o faceva a proprio rischio e pericolo, vedasi la vicenda di Corrado Tedeschi), serviva invece a convincere tutto un elettorato che altrimenti se ne sarebbe rimasto a casa. Anni di ponzi pilatismi sull'assetto radio-telvisivo italiano, che era ed ancora è un monstrum, in special modo se paragonato agli esempi degli altri paesi del G8, con contorno di lottizzazioni, spartizioni, lassismi ed inciuci, portano ad un omologazione assoluta tra reti pubbliche e private, in cui queste ultime hanno più capitali e meno regole e le atre dietro a seguire e copiare, nella paura di perdere audience e quindi introiti; oltre a questo il concentrare gli sforzi editoriali sollo sulla materia televisiva porta a sua volta ad una curiosa ed inquietante identificazione italia-tv, in cui quest'ultimo, il pianeta catodico, sembra fare uno sforzo immane per essere il più uguale a se stesso ed omogeneo possibile, esito che lascia in apparenza la sola alternativa praticabile nell'anti berlusconismo (vedasi Guzzanti e Santoro), già ampiamente prevista e sfruttata dal Cavaliere stesso. In questo meccanismo radio e giornali divengono quasi sollazzi per feticisti. Naturale che qualcuno prima o poi arrivasse a mietere, pro domo sua, questa irresistibile messe di "pensiero unico". Berlusconi, appunto. Egli, in un escalation irresistibile, riscrive dunque le regole quel tanto che basta per renderle "Silvio approved", definisce i buoni e stigmatizza i cattivi sotto l'omnicomprensiva definizione di comunisti, e tramite questa "moral suasion" compie l'ultima trasformazione comunicativa, che sa quasi di trionfo: egli infatti, autoproclamatosi "salvatore", apre le porte della sua arca, la quale più si riempie più lo rende credibile; quando la credibilità è a dei livelli accettabili (ma forse lo avrebbe fatto lo stesso), grazie sempre alla sua "facoltosità" mediatica, completa il cortocircuito logico per il quale le sue regole divengono "le " regole, come se lo fossero sempre state. L'arca quindi diventa l'Italia, le elezioni uno spettacolo e gli italiani gli spettatori. A questo punto, ovviamente, tali regole del gioco si stringono a mo di cappio: essendo "l'arca" proprietà del Cavaliere, proprio come quando si va in casa altrui, egli impone, pena il bollino di "comunisti", il suo "decalogo", non più regole del gioco ma vera e propria weltanshauung. Un pò Noè un pò Mosè. E' stuzzicante notare che tutto questo avviene ad un piano solo comunicativo, giocando sui livelli inconsci di paura e speranza, costruendo ad arte panorami rassicuranti e cartoline da mulino bianco, o all'occorrenza cieli grigi e immagini di disperazione, all'uopo del momento. Non siamo veramente su un arca e Il Cavaliere non è un Santo. L'unica cosa che è veramente cambiata e di cui non ci rendiamo conto, è che l'Italia crede di riflettersi allo specchio mentre invece si sta guardando in uno schermo catodico. Questa incrinatura porta ad una nuova cosmogonia di storture e sclerotismi (le leggi del disincanto cercano di descriverne una parte sul lato delle relazioni sociali), uno di quali è che, a livello di comunicazione politica, si dice quello che si appare, ovvero il contenuto di quel che si dice è legittimato solo dal contenente e dal consenso che esso riesce a muovere su quello che si è appena detto hic et nunc. Si prenda ad esempio la squadra "femminile" di ministri al governo. Leggerne i curricula fa in alcuni casi ridere o rabbrividire, a seconda degli stomaci. Il Vostro un giorno ha visto una foto delle quattro ministre, ed ha capito che la vera credenziale non sono più gli studi eccellenti o una fulminea scalata politica, ma l'occhio azzurro piuttosto che verde: dove McCain in America punta su Sarah Pallin per la sua aria verace, da mastino, la sua freschezza "giovanile", i suoi (presunti) exploit da governatrice dell'Alaska, la solida famiglia accanto ecc, nel belpaese Berlusconi punta su Mara Carfagna, il curriculum della quale si trova facilmente digitando il suo nome su google. Quello che vedrete diviso in 12 scatti, uno per ogni mese, è invece il calendario della signorina in questione. Discinto ma non troppo, perchè come l'On Carfagna disse, "credo in certi valori". Ovvio che quando questa simpatica ministra firma una legge sulla prostituzione, l'ironia ci salti addosso con un sorriso. Se da un lato la "discesa in campo" di Berlusconi ha portato ad un salutare, e ripeto salutare svecchiamento della comunicazione politica, il suo permanere come unico politico possibile ed unico editore reale, un pater familia accentratore ed insitente, è equivalso ad una cancrena per lo stesso tessuto comunicativo comune, cha dal lontano 1994 vive in un cortocircuito tra realtà e finzione arcoriana che metastatizza la putrefazione a tutto il nostro tessuto sociale, tanto che si può liberamente fare un vertiginoso salto logico ed incrociare politica, sesso, costume e veline, in quanto tutti questi aspetti, e pure tutti gli altri vivono della luce del tubo catodico, senza la quale non hanno ragion d'essere, o hanno la ragione degli emarginati: vedasi a tal proposito la situazione dei magistrati e del potere giudiziario, l'ultimo rimasto indipendente, che per loro stessa natura non possono accedere "moto proprio" alla ribalta mediatica, e quindi sono condannati al silenzio della loro vocazione, ed a porgere continuamente l'altra guancia agli attacchi quasi quotidiani che subiscono da Cavaliere&Co. Ecco perchè, quando vedo una tedesca liberamente in topless, dopo aver graditamente esaminato le sue poppe ed eventualmente dato sfogo ai corpi cavernosi, penso che nel suo sano paese, se si accende la tv senza pagare nulla, si vedono pochi canali molto, molto sobri, di pubblica utilità: nient'altro. E lo stesso vale per una inglese una francese e persino una russa. Quando invece vedo un italiana rigirarsi in mille maniere su un lettino per togliersi le righe bianche del costume dietro la schiena, ma senza fare vedere "completamente" il seno, quando vedo una milanese correre nervosa sulla battima con un costume tirato dentro le natiche allo spasmo, 2 auricolari e lo sguardo da corazziera, ragazzine con top minuscoli e slip improbabili che coprono il minimo indispensabile alla salvaguardia del buon gusto...ecco in quei momenti penso a Berlusconi.

Di "Veline" e politica

Commentare "Veline" ha dato a me ed a Fist un piccolo brivido lungo l'astio. Lungi da noi la semplice trita constatazione di un evidenza condita con i soliti epiteti maschilisti, lo stupore nasce dal trovarci un attimo dopo entrambi, come se nulla fosse, immersi in un discorso politico. Si, perchè l'ultima fatica di Antonio Ricci trova senso solo se spiegata rivoltando come un calzino il " Paese-Italia". Per parlare di "Veline" e delle veline bisogna parlare di Berlusconi. Un bel paragone potrebbe fare al caso nostro, in modo da tirare i nodi al pettine; l'unico programma che mi ricordi abbastanza simile e vicino nel tempo è "Non è la rai" di Boncompagni. Ovvio e sacrosanto che qualcuno, leggendo di un post che si svilupperà in una contesa tra siffatti attanti, preferisca alzare il coperchio del WC e fissare quel che c'è sotto. Capisco ed anzi prometto che vengo anche io dopo aver finito qui. Allora, "Veline" Vs "Non è la rai" 1- perchè?- perchè sono li quelle tipe? Nel caso A (Veline), per partecipare ad un concorso, una selezione; nel caso B (Non è la rai), per intrattenere divertendosi (loro si divertono, il publico si diverte). 2-chi?- chi sono costoro? A: ragazze maggiorenni; B: Ogni età, potenzialmente. In maggioranza ragazzine adolescenti, ma anche ragazzi qualche bambino e qualche adulto 3-quale target? A: per tutti in teoria, ma in realtà per un pubblico maturo; B: per tutti, se si ricorda come passava dalle telefonate dei bambini a quelle delle nonne.
"Non è la rai" era infatti nient'altro che un "contenitore", ovvero un "live show"con spazi che nascevano e si consolidavano solo se sorretti dal gradimento del pubblico, stessa regola valida per i suoi"protagonisti". Chiaro che l'aspirazione a diventare la protagonista spremeva il "pepe" fuori dalle aspiranti primedonne. Vitale notare che questa sotterranea competizione veniva stuzzicata in un clima molto regolamentato e controllato: le ragazze infatti erano ineluttabilmente "in divisa", divisa che poco cambiava tra le "star" e le altre. Ciò è comprensibile considerando che NELR era un programma "all age". Ovvio che se "all age" vuol dire tutte le età, iniziamo a comprendere su quale fascia si posava il "pepe" macinato dal meccanismo competitivo. La trovata era così riuscita che il clima pudico e stolidamente adolescenziale della trasmissione rendeva le boutades sessuelles molto più veraci. Così il giocare con i centimetri di un costume in modo da scoprire un gluteo che si sapeva più sodo delle altre appariva come una brezza pruriginosa, audace, ma mai sporca, soprattutto slegata dal reale interesse di guadagnare i favori della telecamera, magari in maniera stabile. Chiaro che le lepidezze scatenate da NELR non erano e non sono digeribili a ragion veduta; mi ricordo una volta in cui nel clima di gioioso pandemonio che regnava in quel contenitore pomeridiano, 3 o 4 di quelle sgallettate, contando su dei costumi interi ridotti e su delle natiche belle alte, decisero di mettersi a scodinzolare in piscina all'unisono per quelle che furono forse 4 inquadrature. Un mio amico aveva registrato la puntata. Fu la prima volta che trovammo qualcosa di più gustoso di un porno per le nostre priapesche fantasie. In questo calderone adolescenziale quindi il bambino telefonava sperando di poter parlare con X e vincere il premio, mentre la nonna aspettava il cruciverba....ed il nonno invece qualche inquadratura a bordo vasca. Un programma per tutte le età, quindi. Smontando i colorati e chiassosi meccanismi di quella trasmissione si sarebbe facilmente arrivati alla mente di un autore televisivo, Boncopagni per la precisione, in quanto il suo "gioiello" aveva i modi, i"codici" di un prodotto autoriale, e la levigatezza ed efficacia nei meccanismi di cui solo un buon autore è capace: NELR infatti divenne un fenomeno, una moda con messaggio incorporato, un significante, ma anche più banalmente un universo totalmente autonomo che trovava legittimazione e linfa in se stesso, ovvero nei dati Auditel di gradimento (non ricordo a tal proposito di aver mai visto ospiti, sempre rari comunque, al di fuori della sfera dello spettacolo, come giornalisti o politici).
In "Veline" invece assistiamo ad un concorso con delle regole e dei giudici. Già a questo punto la distanza col programma di Boncompagni dovrebbe apparire segnata. Il concorso è "faceto" in un clima in cui è ammessa solo la facezia ( in NELR non erano inusuali esplosioni di pianto e momenti di commozione, anzi spesso "guidati"), ed il divertimento è ad ogni costo e con ogni mezzo che il comune senso del pudore permette alle 20 di sera. Un tot numero di ragazzine molto poco vestite si producono in "stacchetti" che poi verrano giudicati e votati da un apposita giuria super partes composta da improvvisati giudici scelti senza troppo badare ad eventuali "curricola" tra vari ambiti professionali. La prescelta che passerà il turno farà poi semifinali, finali e quant'altro...sino a diventare, se ne avrà le peculiarità, velina. O meglio a poter lavorare come Velina. Appunto lo spacchettare il brand-velina e tirarne fuori i meccanismi illumina meglio della lanterna di Diogene. La differenza tra NELR e "Veline" è di quelle microniche...ma fondamentali, infatti. La "bimba" di Boncompagni era pagata, si noti bene pagata, per fare la comparsa in un contenitore pomeridiano, quindi fondamentalmente se decideva di attirare di più l'attenzione in qualche maniera ciò era da leggere sub specie eternitatis: forse in futuro si sarebbero ricordati di quel culetto così tondo, forse quell'occhio da gatta l'avrebbe fatta notare a qualcuno; nell' immediato però ogni iniziativa personale era puramente gratuita e non preventivata, tanto che ad un certo punto (come accennerò in seguito) gli atteggiamenti troppo provocanti vennero censurati e quindi eliminati. La maggiorenne di "Veline" invece non è pagata: partecipa (forse) con un rimborso spese alle selezioni. Non guadagna ora, ma non importa: l'impotante è esserci, farsi vedere, bucare lo schermo. In questo senso l'ammonimento decubertiano è perfettamente seguito. Se infatti il concorso recita che i posti in palio per quel lavoro sono 2, è pacifico che colei che sia più capace di rubare l'attenzione della telecamera troverà gualmente il modo di entrare nel mondo dorato dello spettacolo. Lunedì sera in quel di Ripafratta davanti ad una pizza io ed i ragazzi della band abbiamo assistito a come una mora intendeva bucarlo, lo schermo: il tastierista non riusciva a credere possibile che non venisse considerata in costume invece che vestita, tanto quello che aveva addosso era minimale. Due sere dopo io invece mi sono imbattuto in scenette da backstage in cui le aspiranti show girls, durante i provini, venivano interrogate su argomenti di cultura generale: alla risposta grottesca, o al silenzio imbarazzato, corrispondeva scroscio di risate. Umiliante...ma Parigi val bene la dignità, specialmente se di quest'ultima non si sa che farsene. Al di là di facili e triti moralismi, è fondamentale notare come il meccanismo del concorso, ovvero della scoperta competizione, porti alla valutazione del premio in palio, del "campo di battaglia" e dell'avversario, quindi alla scelta delle armi migliori. Come scegliere quest'ultime in relazione al ruolo di comparsa fulminea, seminuda ed ammiccante, la velina, appunto? E' astuto presentarsi preparate sulle chiare fresche e dolci acque del Petrarca differenziando l'offerta dalle solte tette&culi, o forse è meglio omologarsi, cercando solo di variare le quantità di carni scoperte? Banalmente, senza ulteriori ghirigori logici si arriva alla conclusione che laddove nel programma di Boncompagni si chiedeva (di massima) alle ragazzine di stare li e divertirsi sotto le telecamere, in quello di Ricci si fa competere un intera generazione di squinzie a colpi (bassi) di intimità malcelate e\o in trasparenza. Allargando la focale del nostro astioso obiettivo, possiamo cercare di cogliere un altro ultimo fattore di differenza che ci porterà di colpo nel cuore del discorso. NELR, da questa distanza infatti appare un programma di chiaro stampo "autoriale", un contenitore che in primis è un divertissement del proprio autore, come già accennato prima; ed il meccanismo in quella trasmissione era tanto funzionante che egli stesso ad un certo punto decise di cambiare la formula e scegliere il conduttore tra le fila delle proprie girls: Ambra, nella fattispececie una ragazzina mora petulante e bruttina. Era un modo per salpare l'ultimo ormeggio e lanciare l'ultima irriverente sfida; NELR non aveva bisogno di nessuno esterno a NERL stesso, perchè NERL era un perfetto organismo autoreferenziale ed autosufficente che avrebbe saputo trovare in se le risorse per alimentare il suo successo. A questa sfida ne venne aggiunta un altra, togliendo piscine varie e quindi ammiccamenti e fuoriuscite "involontarie" di carni. Sarebbe riuscito a sopravvivere il programma a questi scossoni? Boncompagni vinse la sfida, e la sua "creatura" chiuse solo anni dopo. Vi immaginate "Veline" con le aspiranti completamente coperte, magari in jeans? O senza la "giuria" che è li per legittimare un concorso senza quasi regole, quindi molto liberista, che si combatte sul limite del sequestro per oltraggio al pudore? Senza inutili ( e dopo vedremo perchè inutili) moralismi, per capire la natura di "Veline" però bisogna aprire ulteriormente la focale, ed anzi posare propio l'ottica: "Veline" racconta dell'Italia infatti, molto più efficacemente di un quotidiano (e di questo blog meschino). Posiamo il binocolo dunque. Che vediamo? Una generazione di 18enni che, lungi dal Vostro additare come schiava del mito del calciatore e della Costa Smeralda, semplicemente partecipa ad una gara d'appalto. L'appalto in gara è il posto da velina, il requisito è uno solo: la fica. Alt. Qualcuno sente delle risonanze industrialote nelle mie parole? liberismo....gara d'appalto... iniziamo a vedere i contorni della costa, credo. Per farvi scomparire la nebbia mattutina dai suoi monti vi ridomando per l'ennesima volta a trabocchetto: Come mai "Veline", visto che siamo in fascia protetta alle 20, non viene denunciata alla commissione di vigilanza et indi chiusa o quantomeno sanzionata? Di più: come mai ai tempi il programma di Bomcompagni venne sommerso di critiche (la mossa-Ambra servì anche come risposta ed esse), pur non esistendo allora gli organi di controllo odierni ed il concetto di "difesa dei più piccoli" in tv, e dovette auto-regolarsi, direi quasi auto-censurarsi, mentre quello di Ricci veleggia indisturbato nella fascia oraria "verde", quella più protetta di tutte? Cosa è cambiato da allora a ad oggi? Bene, i contorni che vedete sono quelli della bedda Sicilia. Eccoci, preparate il mezzomarinaio. Allora c'era un editore, tanto per svelare l'arcano, Tale Sivio Berlusconi, un autore, di cui già sappiamo il nome, e al di sopra tutte le autorità di controllo dell'epoca...risalendo di potere in potere fino ad arrivare al padrone del vapore, il Presidente del Consiglio. Oggi esso è un tale di nome On. Silvio Berlusconi, che ha potere di nomina dell'authority delle telecomunicazioni, la quale vigila strettamente su quello che fanno gli editori televisivi, il più potente dei quali e quel tale Silvio Berlusconi di cui avevo brevemente accennato prima. Come avrete finalmente capito siamo all'approdo. Tirate le gomene d'attracco: per parlare di Veline bisogna parlare del Cavaliere.